Via Francigena


Un po’di storia.


Dal VI all’VIII secolo circa, l’Italia ha sofferto una divisione politica dovuta all’invasione longobarda. Le vie consolari che servivano da collegamento tra Roma e l’Italia settentrionale, non erano interamente praticabili e i longobardi, temendo i bizantini sulle vie litorali, studiarono per i loro spostamenti, percorsi interni, addossati agli Appennini. È nata così la via di Monte Bordone come primo rudimentale tracciato lungo il quale i re longobardi provvidero a fondare punti di assistenza  per coloro che la percorrevano. Con  l’annessione del Regno Longobardo al Sacro Romano Impero, la via fu rinominata “Francigena” e crebbe di importanza come via di comunicazione. Nel X secolo, la via era ben definita, dal canale della Manica a Roma e nel secolo successivo fu percorsa soprattutto dai pellegrini che si recavano nei luoghi sacri Roma, Gerusalemme e San Michele Arcangelo, sul Gargano. 


Noi.


Lungo la via furono fondati ospedali, luoghi di accoglienza e monasteri, con l’impegno di assistere i pellegrini. Il nostro stabile, antica scuderia sulla via Francigena, fu scelto come stabile luogo di preghiera dalle prime donne consacrate nel Carmelo, che probabilmente svolsero questo compito; la testimonianza più significativa di questa accoglienza che dura da secoli è legata all’immagine della Madonna del Pellegrino, dipinta nel XV secolo e ritoccata nel XVIII, su legno. Fu portata da un pellegrino che, timoroso dei pericoli dell’ultimo tratto da percorrere verso Roma, decise di lasciare in custodia alle monache la preziosa immagine, con la promessa di tornare a prenderla a conclusione del suo pellegrinaggio. Il pellegrino non fece mai più ritorno e l’immagine è rimasta alle monache come segno di protezione del loro pellegrinaggio terreno.


Accoglienza.


La stagione più piena è compresa tra marzo e settembre; i pellegrini percorrono a piedi o in bicicletta la via Francigena, dalla lontana Canterbury fino a Roma, passando per molte città e paesi tra i quali Sutri. L’intero percorso è lungo circa 1600 chilometri, ma i pellegrini possono scegliere di partire da tappe più vicine alla meta, secondo la possibilità di ciascuno. Questa tappa di ristoro è un passaggio anche per coloro che proseguono oltre Roma verso Gerusalemme o percorrono il sentiero in senso inverso per recarsi a Santiago de Compostela. 


L’esperienza di condivisione con queste persone si fa ogni anno più ricca e coinvolgente; siamo per loro un riferimento, poiché offriamo offriamo la possibilità di passare una notte sotto un tetto, ma, soprattutto l’opportunità di gustare una sosta di preghiera per trovare forza e conferma del proposito fatto prima di partire. Sia mo quindi , come ogni tappa “spirituale”, un’immagine di quel monte verso il quale si alzano gli occhi per cercare aiuto, quello spazio di silenzio  dove il Signore chiama a vivere una vita di armonia, di pace, di ringraziamento, di meditazione incessante del suo messaggio di salvezza. Protetti e liberi dai condizionamenti della vita ordinaria, i pellegrini si interrogano e ritrovano se stessi, per tornare, terminato il loro viaggio, alla vita di tutti i giorni, più consapevoli della loro missione, più motivati nel loro cammino di impegno, di servizio e di ricerca della Verità. Il desiderio di un rinnovamento interiore, di un approfondimento della fede, di un rafforzamento del senso della comunione e della solidarietà con i fratelli, e di scoperta della personale vocazione, sostiene il pellegrino nei momenti più duri, quando la fatica fisica e spirituale fa sentire il suo peso. 


Le nostre origini ci offrono uno spunto di riflessione in più; i primi “carmelitani” riuniti sul monte Carmelo per offrire un cuore puro a Dio nell’orazione incessante, nello zelo ereditato dal profeta Elia e nell’imitazione di Maria, erano infatti in gran parte pellegrini che partivano da diversi paesi dell’Europa per raggiungere la terra del Signore, Terra Santa. Rivivendo quella esperienza storica possiamo trasformarla in esperienza spirituale, in un cammino di ascensione sulla montagna per scalare le vette del monte che è Cristo Signore. Il Carmelo è dunque simbolo di ricerca del volto di Dio; i pellegrini diretti a Roma portano, come ciondolo distintivo del tipo di percorso, le chiavi oppure proprio il Santo Volto ( i pellegrini diretti a Santiago de Compostela portano la conchiglia, i pellegrini diretti in Terra Santa portano le palme), che leggiamo come una comunione particolare con il nostro “luogo” e con il nostro carisma. Dio si manifesta in questo spazio appartato, e il pellegrino, come noi che lo accogliamo, comprende per esperienza chi è il Signore, ascoltato nella solitudine che fa dimenticare il tumulto del mondo, e favorisce l’unione con Dio. 


Il monte Carmelo, idealmente trasportato in ogni convento e monastero del nostro Ordine, offre tutto questo anche attraverso Maria, “Signora del luogo”, e i santi che si sono rifugiati sotto il suo manto. Noi, pellegrine “sul posto” insieme con i pellegrini accolti, ascoltiamo la Parola che guida i nostri passi. Il pellegrinaggio ha un significato spirituale molto profondo; ci ricorda che tutta  la Chiesa, come popolo di Dio in cammino, è pellegrina “alla ricerca della città futura e permanente” (cfr. Lumen Gentium n.9) e quindi dovrebbe essere vissuto con la gioia di sentirsi parte della Chiesa, di approfondire la propria identità e di rinvigorire il desiderio di lavorare insieme per un futuro migliore e per il conseguimento del “premio”.  


In questa prospettiva non è così strano che ad accogliere pellegrini di ogni “età, lingua, popolo e nazione” siano sorelle che vivono il loro pellegrinaggio terreno tra le mura spesse e solide della clausura. Le membra di un unico corpo si incontrano e si conoscono per capire la loro reciproca funzione . . . I pellegrini, come noi, sono attratti dalla luce che viene da Dio e si dispongono generosamente alla fatica del cammino in salita. “Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore…” Così è espressa l’esperienza di tanti pellegrini che si recavano al tempio per incontrare Dio, lodarlo, ringraziarlo, presentare a lui suppliche e preghiere. La gioia è tale che nel percorso della vita di cui le vie dei pellegrini sono figura, anche se tal volta si trovano scomode deviazioni o indicazioni sbagliate, strade impervie, giorni di vento e di pioggia o di insopportabile calura, fa sollecitare il passo verso la meta. Più si rallenta più si sente il peso del bagaglio che portiamo sulle spalle. 


A  proteggere questa collaborazione perché le nostre menti siano sempre orientate al Signore con la cui grazia costruiamo una chiesa sempre più vicina a ciò che lui desidera è la Madonna del pellegrino, antica tavoletta dipinta da un ignoto artista, che conserviamo nel nostro monastero dal 1700. Probabilmente copertina di un libro con appunti di viaggio di un pellegrino che lasciò il prezioso scritto (andato perduto) in custodia alle nostre consorelle del XVIII secolo, è divenuta oggetto di particolare venerazione per noi e per i nostri “ospiti stagionali”. 


Davanti a Maria, pregata con questo nome, tutti i pellegrini, di qualunque classe sociale, si ritrovano figli ugualmente amati e guidati per i sentieri della vita, incoraggiati a non perdere la fiducia, a perseverare nell’abbandono alla volontà di Dio. Alla preghiera, che  guida  i pellegrini, è stato conferito ogni potere di bene (Tertulliano); dalla rivelazione personale di Dio, al nuovo patto stipulato con Lui, l’uomo percorre quel deserto, come un nuovo Esodo, che è un cammino di speranza viva, nel quale si rende conto di non essere solo, di non poter essere abbandonato dal Signore che mantiene la sua promessa di non dimenticarsi mai dei suoi figli (cfr. Is 49,15). Per questo la lingua si scioglie in canti di gioia contemplando le grandi cose fatte per noi(cfr. Sal 125).

Sono canti per me i tuoi precetti nella terra del mio pellegrinaggio (Sal 118).


Il pellegrino è colui che cerca, che cammina per sentieri sconosciuti, proiettato ad una meta che lo attira fortemente tanto da stimolarlo a superare ogni ostacolo. Non è solamente l’immagine dell’uomo che percorre un tratto di strada a piedi ponendosi come punto di arrivo un santuario e offrendo fatica e difficoltà in spirito di penitenza o di ringraziamento al Signore, ma è la descrizione di ogni uomo pellegrino sulla terra, in ricerca, animato dalla speranza di trovare ciò che più intimamente desidera. Il desiderio di “vedere il Signore” abita sempre il cuore dell'uomo (cfr. Gv 12,2) e lo sospinge incessantemente a ricercare il suo Volto. Anche noi, nel cammino della vita, diamo espressione a questa  nostalgia e, con il pellegrino di Sion, ripetiamo: Il tuo volto, Signore, io cerco (Sal 27,8). L’esortazione di san Pietro, a comportarci con timore nel tempo del nostro pellegrinaggio, ci fa maturare un profondo rispetto per il dono della vita, di ogni ora che abbiamo a disposizione per aderire al progetto di salvezza già realizzato per l’umanità…grande pace per chi ama la tua legge, nel suo cammino non trova inciampo (Sal 118).L’uomo che ha incontrato il Signore sa che è stato reso libero dal sangue prezioso di Cristo, come afferma l’apostolo (cfr. 1 Pt, 1); è libero, sempre in movimento con l’opportunità di vedere tante cose, di allargare i suoi orizzonti, di crescere nella conoscenza di Dio che fa sicuri i suoi passi, lo segue con amore, lo rinfranca, gli ridona vita in mezzo alla sventura (Sal 36-22-137). 


Ogni sentiero, ogni creatura che incontra in questo suo meraviglioso viaggio, gli appartiene in Cristo; tutte le cose sono state create per l’uomo, perché lo aiutino a raggiungere il fine per cui è stato egli stesso creato. Tutto è nostro, dice san Paolo, e noi siamo di Cristo; miei sono i cieli, e mia è la terra, miei sono gli uomini… Dio è mio e per me, poiché Cristo è mio e tutto per me. Che cosa chiedi dunque e che cosa cerchi, anima mia? Aggiunge un santo carmelitano (San Giovanni della Croce OCD – Orazione dell’anima innamorata). Osiamo tante volte dare consigli a Dio per “correggere”secondo la nostra volontà ciò che non riusciamo a prendere dalle sue mani, indicandogli le nostre piaghe doloranti per il lungo cammino, la nostra sete, la nostra stanchezza. Dio che è paziente, ascolta le nostre lamentele, il nostro arrestarci, piccoli e miseri, su ciò che è contingente. Non ti fermare in cose meno importanti e non contentarti delle briciole che cadono dalla mensa del Padre tuo. Abbiamo ben altro in cui nasconderci e riposarci e otterremo quanto chiede il nostro cuore (cfr. Orazione…). Di ogni cosa creata dal Signore, il pellegrino vede il limite, ma senza rimanerne scoraggiato, anzi, constatando che l’unica cosa senza limite è la legge di Dio, la legge della Carità perfetta. Si accresce allora la speranza con l’esperienza dell’Amore che riempie la terra (Sal 118) che si comunica incessantemente, che fa sentire la sua voce ad ogni battito del nostro cuore affannato. E poi sappiamo per fede che la volontà di Dio è il nostro vero bene, la nostra felicità. 


Da questo scaturisce il canto di lode, di benedizione al Signore nel quale l’uomo pellegrino coinvolge tutto ciò che cade sotto i suoi sensi; Benedite creature tutte che germinate sulla terra il Signore (Dn 3). Come gli ebrei nel deserto, il Signore ogni tanto invita a volgere lo sguardo al cammino percorso, ricordando anche le umiliazioni e le prove perché sapessimo cosa c’è nel nostro cuore e quanta volontà avremmo dimostrato di seguire i suoi comandi (Dt 8,2). Come non ricordare il cammino di Elia verso l’Oreb? Scoraggiato, deluso, impaurito e umiliato dalla vita, Elia desiderava morire, ma il desiderio del Signore era di aiutarlo a comprendere finalmente chi era il Dio che lui serviva. Con la forza del cibo dato dal Signore in cui possiamo vedere la nostra Eucaristia, Elia camminò verso il monte di Dio, dove, ribadito il suo zelo nel servire il Dio vivente, egli fu invitato a fermarsi alla presenza del Signore, nel mormorio di un vento leggero (1Re 19). Passo dopo passo, conosciamo Dio e conosciamo noi stessi; non camminiamo mai soli, ma in alcuni momenti ci troviamo faccia a faccia con il Signore, in un silenzio che dapprima intimorisce e poi diventa familiare luogo di conversazione, l’unico nel quale si può percepire il sussurro di Dio. Quando prendiamo coscienza di questa particolare attenzione di Dio per noi, è spontaneo invocarlo perché ci custodisca nel desiderio di percorrere le vie diritte, di non deviare dai suoi precetti (cfr 118). 


Sempre più straniero sulla terra, l’uomo in cammino si consuma nell’attesa della salvezza e spera sulla Parola. Il pellegrino che percorre la strada segnata sulla mappa sa che è un percorso battuto da molti, eppure può trovarsi come in un deserto. Altre volte invece, trova compagni di viaggio con cui percorrere qualche tappa oppure l’intero cammino in affinità di ritmo. L’esperienza del viaggio, non solo del proprio, ma anche di chi ha già fatto il suo cammino e lascia traccia di sé su registri e sui diari dei pellegrini, porta a capire che il viaggio della vita è un viaggio del cuore che più è unito al suo Creatore, più arde d’amore. Quando il pellegrino parte, porta con sé ciò che gli sembra più utile e raccoglie souvenirs dei luoghi visitati perché possa “possederli” materialmente fino alla fine del viaggio, ma quando lo zaino pesa e si è vicini alla meta, ciò che conta è arrivare perché non c’è gioia più grande che baciar terra nel luogo sacro sognato durante le notti, nel riposo. 


Allora si lascia tutto, e nelle stanze dei luoghi di accoglienza, ci si dimentica ogni cosa non indispensabile, così come nel cammino della vita si lascia gradualmente la “zavorra”. Tante volte il pellegrino lascia qualcosa di sé che possa essere utile a chi viene dopo di lui; potrà essere stanco fisicamente, ma mai sazio di fare il bene, come esorta san Paolo che ci rincuora;  se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo. Operiamo il bene verso tutti (cfr. Gal 6). Deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci intralcia, corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede (Eb 12). 


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