Io sono il Buon Pastore, conosco le mie pecore...

Io sono il Buon Pastore, conosco le mie pecore...

E' un'ottima introduzione ad una testimonianza di vita, non solamente perché è un'introduzione biblica, quindi esaustiva ed efficace, ma perché suggerisce il punto di partenza per narrare piccole storie "abitate" dal Signore che chiama, accompagna, conduce, prepara un posto e attende.

Il mio percorso umanamente vivace, sempre nella tensione del bene in Dio, era fatto di amicizia, esperienze affettive mirate ad un rapporto di coppia per formare una famiglia su valori cristiani, di studio fino alla laurea per insegnare e collaborare alla formazione delle nuove generazioni per una cultura che è eredità da cogliere ed elaborare nella vita che continua ed è chiamata a perfezionarsi nella sua unicità e preziosità. 

Attirata da una forma di volontariato a sostegno di realtà disagiate per la solitudine provocata dalla malattia, pensavo di santificare il mio tempo in modo naturale ricevendo benedizione da Dio per le mie elevate aspirazioni...quasi pretendendo un grazie per tanta generosa ricerca, ma sempre inquieta, perché non in armonia con il progetto di Dio. 

In età adolescenziale sono stata "trascinata" da un movimento, il MEG, Movimento Eucaristico Giovanile, che mi fu presentato dalle Piccole Ancelle del Sacro Cuore (Congregazione fondata nel 1915 dal beato Carlo Liviero, Vescovo della Diocesi di Perugia e concepita per divina ispirazione con lo scopo di esercitare il più autentico amore cristiano), dalle quali avevo trascorso gli anni dell'asilo e delle scuole elementari. Dopo aver ricevuto la prima comunione sembrava loro maturo il tempo per propormi questa esperienza. Io ero attratta da un impegno più solido per il Signore e dalla comunità che mi garantiva fraternità, dialogo, condivisione gioiosa dell'ideale più alto, essere di Cristo e, di conseguenza, sua testimone, partendo da un rapporto vivo con la Parola e dalla vita sacramentale che sostiene il servizio operoso per il fratello. Le leggi del Movimento sono infatti: Leggi il Vangelo – Vivi la Messa – Ama i fratelli – Sii il 13° apostolo. Senza nulla togliere a nessuna legge in bellezza ed importanza, la mia attenzione si fissava spesso su quell'ultimo punto: essere il 13° apostolo. Sono nata in un mese missionario, in una festa di apostoli, sembrava essere una chiamata in linea con il progetto di Dio dalla mia nascita. E poi mi lasciava tutto sommato "libera" di esserlo nella forma che più sembrava a me congeniale. Dopo gli sbandamenti adolescenziali, come tanti, ho messo i remi in barca e ho lasciato il MEG. Quando ho deciso di riprendere a remare sono entrata in un altro movimento di volontari che si impegnavano, sotto la guida di un sacerdote, a vivere la S. Messa e ad incontrarsi sulla Parola per avere una vita eucaristica.

Qui ho cominciato a cogliere i primi sussurri del Signore e a sperimentare una pace particolare all'idea di consacrarmi; ma avevo ugualmente un gran desiderio di seguire la mia natura, di avere esperienze affettive, di aprire il mio cuore all'amore umano, cosa che ho fatto fino alle soglie del matrimonio. 

Ho sperimentato l'amore umano per formare un cuor solo con un "tu", con la prospettiva di generare vita; ho sempre vissuto nella vivacità relazionale con il mondo, stringevo amicizie con tutti, atleta per divertimento e benessere fisico, viaggiavo in macchina con cavalletto, colori e sacco a pelo per avere un contatto diretto con la natura cercando di coglierne l'essenziale e riprodurre con il filtro del mio vissuto e delle mie emozioni, tutto ciò che vedevo intorno a me; amante della musica in continua ricerca di sintonia tra suoni "interni ed esterni"; con la mia laurea e le esperienze lavorative precedenti l'ingresso in monastero, avevo buone prospettive per realizzare le mie aspirazioni professionali... In questo percorso che però mi lasciava una sorta di inquietudine interiore, la mia spinta al servizio, ad essere quell'apostolo che ancora non aveva trovato il suo posto, cercava di incanalarsi nei luoghi di sofferenza. Entrando negli ospedali mi colpiva la solitudine degli anziani malati e benché sia spesso una solitudine impenetrabile, percepivo in me un moto assistenziale che pensavo di assecondare con una forma di volontariato.

Tutte le vie che si aprivano nella mia mente senza la benedizione del Signore, sono sante in se stesse, ma la coscienza, dove Egli abita, fa comprendere cosa è realmente il progetto di Dio su di noi, la sua volontà, il massimo bene e frutto spirituale per noi e per i fratelli che ci vivono accanto. Certamente il Signore ci chiede umiltà, carità, verità, semplicità e gratuità. Sono anch'io figlia di una società che tende all'eclatanza, al protagonismo e così, ho subito parzialmente un condizionamento che entrava in forte contrasto con quanto si muoveva più in profondità, nell'area dove si colgono i pispigli di Dio, la brezza leggera che anche il profeta Elia ha riconosciuto come voce autentica del Signore.

Con l'aiuto di una guida spirituale, ho riflettuto molto sui percorsi di gratuità che preparano e formano ad una donazione generosa, materna, feconda: quando ho ceduto al Signore il ruolo di protagonista della mia vita, ho iniziato a mettere in discussione i miei criteri di realizzazione, di servizio, di apostolato... ho messo in discussione il mio modo di amare Dio e il prossimo, ho cominciato a scalare la montagna. 

La prima mano carmelitana tesa verso di me per compiere il passo iniziale è stata quella di S. Teresa di Gesù Bambino: non sapevo nulla della spiritualità del Carmelo, ma avevo accettato con curiosità, oltre che obbedienza di fede, il consiglio di leggere Storia di un'anima. Avevo maturato un'idea delle monache di clausura abbastanza aderente all'immaginario collettivo che ne dà una definizione distorta, distante dalla realtà. Da piccola, avendo esperienza di contatto con le suore di vita attiva, associavo il servizio gioioso, comunicativo e luminoso alle suore dedite all'apostolato e il silenzio, il buio, la penitenza alle monache chiuse in monastero. 

Guardando il telegiornale con le sue notizie angoscianti, però, traevo conforto dalla loro presenza orante; percepivo la necessità e la protezione della preghiera incessante. Essere segno invisibile ma reale del valore della preghiera, dialogo con Dio, ascoltato e seguito come Assoluto della propria vita, non è forse già un evangelizzare portando la "buona notizia"? La buona notizia dell'Amore che salva, della speranza certa di essere amati da Dio e da Lui costantemente illuminati per continuare a percorrere sentieri di giustizia e di pace, a partire dalla nostra interiorità, con la meravigliosa opportunità di dare il proprio tempo a Lui, "ruminando" i suoi insegnamenti, proclamando con la vita che si può vivere solo di Lui? E ancora: anticipando la condizione che un giorno sarà di tutti, diventando consolazione per chi non può permettersi soste durante il pellegrinaggio terreno?

Quando Lui ha fatto irruzione con la proposta della vita claustrale, tutto mi appariva mortificato e via di purificazione per l'aspetto sacrificato. Un'immolazione.... Sì, c'è il sacrificio di una scelta di vita radicale, che nella sua essenzialità richiede rinuncia a tanti aspetti della vita ordinaria. Ma proprio perché vita sobria, fatta di 7 ore di preghiera al giorno in alternanza tra preghiera personale e corale; poi lavoro, accoglienza, vita fraterna, costituisce più pienamente il Tutto al quale aneliamo. 

Quello che avrei realizzato, probabilmente non con la stessa gratuità, fuori le mura, è e resta una piccola parte. Non potrei mai più lasciare il Tutto per una parte, sarebbe una triste regressione. Il Tutto, il mio e nostro Tutto è il Signore e in Lui tutto ciò che Egli ha creato e ha chiamato per nome. Nella preghiera io conosco Dio e sono penetrata e conosciuta da Lui: in questo rapporto, che è vero rapporto di amore, io guardo tutto con gli occhi suoi e sono chiamata ad amare tutto con il Suo Cuore. 

Quando sono arrivata alle soglie del monastero di Sutri, dopo un periodo di revisione di vita e comprensione della chiamata ad una vita di intimità con Lui, ho provato una pace profonda che conservo anche nelle inevitabili (e salutari) tempeste della vita, come dono di grazia che mi certifica la via pensata da Dio, dall'eternità, per me. Nella vita claustrale ho trovato quell'armonia affannosamente cercata altrove, per vie più naturali, senza mai sentirmi spiritualmente appagata, al mio posto. Ho capito che tutto quello che avevo vissuto e che mi aveva portato ad una crescita nel mondo, può dare felicità, ma una felicità da riconquistare quotidianamente; quello che sperimentavo negli atri della casa del Signore, aveva (ed ha) sapore di eternità... Così, nulla è sprecato, ma è messo al servizio della Famiglia Religiosa, cellula della Famiglia Ecclesiale.

Con la purezza che Maria mi insegna come prima, fedelissima e disponibilissima discepola sua. E tutte le realtà trovano posto nella mia cella interiore, tutte risuonano, non solamente quelle della famiglia che avrei formato, del lavoro che avrei svolto e dei malati che avrei visitato forse per portare più la mia consolazione che quella di Cristo.

Oggi vivo tra quattro mura, ma non sto uccidendo la vita che è in me, per traumi subiti o insopportabili fallimenti. Trascorro gran parte del mio tempo in silenzio e preghiera, lavoro sodo senza essere retribuita... Adesso vivo nella verità di me stessa e vado fino in fondo, prima, pur avendo tutto, non godevo realmente di nulla e, soprattutto, non riusciva a svilupparsi la mia capacità di donazione. Mi rivolgo a Dio con la consapevolezza della mia fragilità, che accetto; cerco di chiamar per nome ciò che mi affligge, senza dialogare troppo con le cause esterne. Mistero... La vita per me è più bella e profonda così e ne vedo la fecondità, a partire da quegli affetti che sembrano traditi e che invece sono più vitali di prima. Sono e siamo abituate ad andare controcorrente scegliendo la via dell'invisibile in un mondo dove ha valore solo il visibile: viviamo dell'essenziale e le scelte della temperanza e della sobrietà sostengono il nostro cammino che, al fine, è a misura d'uomo.

 "Ha dato se stesso per me" è la frase che ho incisa sul crocifisso di legno che portiamo sotto lo scapolare: il minimo che io possa fare, ricorda S. Teresa d'Avila a tutti gli uomini, è ridonarGli la vita.

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