Per una contemplazione che evangelizza...

Anche le monache di clausura sono chiamate a parlare di evangelizzazione e ad attuarla con una modalità porpria. Ma tutti, sacerdoti, religiosi, suore, laici, dovremmo avere un unico punto di partenza che garantisce l'efficacia del nostro percorso e la piena sintonia con Dio e con i fratelli, evangelizzanti ed evangelizzati al tempo stesso. La Regola carmelitana richiama la Parola che esorta al "fate tutto nella Parola del Signore". E' nella sua Parola che siamo chiamati a muoverci, anche quando condividiamo esperienze personali o comunitarie che ci aiutano a riflettere sulle diverse modalità di servizio ed evangelizzazione che hanno un'unica origine e un unico scopo. Il nostro contributo comunitario alla comprensione delle meraviglie che il Signore opera nelle nostre vite e della sua creatività è un modesto corso d'acqua che confluisce in un fiume gonfio di acque verso il mare della Misericordia ed è prezioso proprio perché ogni vissuto è, infine, Parola di Dio, ogni vita è costituita da Sacre pagine che ognuno può sfogliare, rileggere, magari sottolineando qualche passaggio importante che diviene chiave di lettura di un'intera esistenza. 


Occorre lasciarsi prendere dalla Parola che corre per poter essere il "testimone", preso e lasciato all'occorrenza nella grande staffetta dell'esistenza terrena.

Se leggiamo le definizioni dei termini contemplazione ed evangelizzazione, verifichiamo notizie a noi note: sappiamo infatti che contemplazione significa progressiva e continua trasformazione in Cristo, realizzata dallo Spirito Santo, un processo interiore che inizia con un'attrazione ed un invito ad entrare e sostare in noi stessi, scoprendo la presenza viva di Dio, desideroso di comunicare e comunicarsi a noi e condurci ad una consapevole partecipazione al mistero di salvezza. E' un percorso aperto a tutti, particolarmente attraente per le "anime carmelitane" che ricevono in dono il carisma della preghiera incessante come via di ricerca e di conoscenza di Dio, di testimonianza cristiana, di fraternità autentica. Non è una strada individuale, ma un passaggio continuo dal particolare all'universale, o meglio, dalla cella interiore alla comunità umana. La contemplazione è una via per maturare una più profonda compassione per tutte le realtà... Chi diventa assoluta proprietà di Dio diventa dono di Dio a tutti. L'esistenza delle monache interamente donate al servizio della lode divina nella piena gratuità, proclama e diffonde per se stessa il primato di Dio e la trascendenza della persona umana creata a sua immagine e somiglianza. 


La storia, e la storia del nostro Ordine, ci presenta innumerevoli esempi di vita contemplativa vissuta con fedeltà ed efficacia spirituale e questa occasione di riflessione sulla loro capacità di Dio è pure occasione di ringraziamento a Lui per averceli donati: sono tutti nostri benefattori spirituali, specialmente quanti hanno versato il sangue come massimi testimoni di Cristo, completamente trasformati in Lui. Concentriamo però lo sguardo sul mondo monastico-femminile, attenendoci ad esperienze di vita che, se non sono vicine all'odierna sensibilità - risultante di un cammino di secoli e di risposta a stimoli ed esigenze nuovi - sono le esperienze che apportano il più forte contributo all'identità delle monache di oggi. 


E' l'eredità che cogliamo dalle nostre Sorelle maggiori che ci porgono il testimone per poter continuare a correre, saltando ostacoli, giocando di squadra fino al conseguimento del premio finale. Tra cella, coro e chiostro, le sante monache comunicano con la loro esistenza nascosta ma "in estensione", che Gesù è il vero Dio, l'unico sposo in grado di dare l'acqua della vita, sorgente zampillante che può definitivamente estinguere la sete dell'uomo. Il cuore dell'uomo non può rimanere vuoto, ha bisogno di riempirsi d'amore, di riceverlo continuamente. Se non si riempie di Dio si riempie di altro. Si può immaginare il monastero come un grande contenitore traboccante, che raccoglie l'acqua della grazia per sé, senza trattenere nella sua capacità limitata dalle "mura perimetrali", quanto ha ricevuto. Per dirlo con S. Teresa d'Avila,  le monache vivono questo stato di "non riposo" né sanno contenersi per l'amore che da esse trabocca. Cerchiamo di dare a Dio la maggior parte del tempo che ci è stato donato, senza sottrarci alle giuste occupazioni, al lavoro di sostentamento, all'ascolto di chi cerca sostegno.


Impregnate di quest'acqua, magari attinta anche dalla Fonte di Elia (luogo nel quale ci sentiamo convocati insieme ai primi carmelitani per riflettere sulle nostre origini, sul proposito del cammino, sullo stupore di un progetto ispirato da Dio e consegnato alla comunità) o ancora dal torrente Cherit, (luogo del nascondimento, dell'ascolto, della nostra "resa" a Dio, del nostro cammino spirituale verso Oriente), le monache non sono donne in fuga, ma donne divenute pienamente tali - figlie, sorelle, spose e madri - nella preghiera confidente in solitudine, nella veglia delle sentinelle che attendono la visita del Signore, l'arrivo dello Sposo. Cercando di vedere tutto con gli occhi di Dio possono maturare maggiore libertà interiore quindi di pensiero e di azione. Le testimonianze scritte che sono giunte fino a noi, suscitano nel lettore il desiderio di conoscere maggiormente Dio, la bellezza della comunione dei santi per camminare insieme e raggiungere la vetta dell'unione, l' impegno in un programma concreto di vita. Lo scopo della mia relazione non è quello di introdurre elementi di riflessione sulla vita "di altri", ma di farvi riferimento veloce a supporto del tema della contemplazione che evangelizza, per arrivare alla realizzazione di questo elemento costitutivo della vita ecclesiale e carmelitana nei piccoli luoghi di Terra Santa sparsi in tutto il mondo: i nostri conventi, i nostri monasteri, i nostri istituti, i nostri cuori.


Procedendo quindi con la definizione di evangelizzazione si comprende come non sia difficile accostarla alla definizione precedente; è una missione che si perfeziona e si adatta alle circostanze storiche e si distingue in annuncio del Vangelo per la conversione dei non cristiani e in servizio dei credenti per vivere coerentemente nella società i valori evangelici. I membri di una fraternità orante in mezzo al popolo, hanno tutti ottime opportunità di annuncio, di cogliere la sfida dei nostri tempi per sviluppare nuove forme di comunicazione, di testimonianza, di ascolto, di vicinanza. Le monache "non vanno fisicamente in missione"; all'appello di raggiungere le periferie per portare Cristo incarnato a chi non lo ha mai incontrato, né cercato o che è inaridito e provato dalla vita, rispondono con la preghiera, certe, assolutamente certe di raggiungerle. Ma esiste un altro movimento, quello delle periferie verso luoghi di preghiera, silenzio, accoglienza. E' un dinamismo creato dallo Spirito che conduce la sua Chiesa attraverso itinerari a volte sconosciuti.


Anche queste tappe di un "pellegrinaggio programmato da Dio" sono occasione di annuncio del Vangelo, annuncio chiaro, fermo, coraggioso e gioioso, fede vissuta con coerenza che testimonia la Verità, la Via e la Vita nella concretezza. E' amore che diventa prossimo, si incultura, supera le contraddizioni e la debolezza umana perché sostenuto dalla grazia divina e si sviluppa ad intra e ad extra, nei piccoli nuclei comunitari (come in tutta la Chiesa) e verso singoli o gruppi di passaggio. 


Leggiamo nella Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni”. Abbiamo ricevuto il battesimo per la nostra salvezza, ma anche per essere re, sacerdoti e profeti in Cristo Re, Sacerdote e Profeta. La voce del profeta è voce di Dio che risuona per le strade, ma anche nei parlatori dei monasteri, nei quali si accolgono le persone più diverse, anche quelle che non avrebbero mai pensato di suonare un campanello posto al fianco di un portone che "separa" dal mondo. Anche attraverso una grata si va verso gli altri...


I cristiani, con la loro testimonianza di vita, sono chiamati a suscitare delle domande in chi li incontra: «Perché vivono così? Che cosa li spinge?». C'è bisogno, specialmente in questi tempi, di testimoni credibili che con la vita e anche con la parola rendano visibile il Vangelo, risveglino l’attrazione per Gesù Cristo, per la bellezza di Dio. 


Chiunque, al vederci, si pone le medesime domande: "perché vivono così?" "chi glielo fa fare?".... "che peccato, una vita sprecata... ma avranno vissuto forti delusioni...?"

E non sono quesiti posti solamente da chi ha smarrito la fede e il senso profondo della vita...


Ogni cristiano nella Chiesa, che è per sua indole e chiamata, missionaria, vive un'ansia missionaria come membro attivo, stimolato, provocato, guidato e trasformato dallo Spirito Santo che in essa agisce continuamente. Anche noi che rispondiamo alla chiamata del Signore mettendoci in disparte per conservare una maggiore intimità di rapporto con Lui, come qualunque altro membro della Famiglia Religiosa, ci consumiamo in questa ansia che comincia a manifestarsi forse poco dopo l'età di ragione. Se il nostro cammino ha seguito l'iter "classico" di educazione alla preghiera in famiglia, di frequentazione della parrocchia, partecipazione alle sue attività ed iniziative, magari iscrizione a scuole cattoliche gestite da religiosi, oppure anche con qualche passaggio in meno rispetto a quelli elencati, ad un certo punto ci siamo trovati ad evangelizzare attraverso le nostre prime esperienze di fede condivise, un coinvolgimento di parenti o compagni di gioco, di studi, fidanzati, colleghi di lavoro. E abbiamo maturato una specifica sensibilità affinata dalle circostanze vissute.  


Non tutte le vie che si aprono nella mente sono benedette dal Signore: sono sante in se stesse, ma la coscienza, dove Egli abita, fa comprendere cosa è realmente il progetto di Dio su di noi, la sua volontà, il massimo bene e frutto spirituale per noi e per i fratelli che ci vivono accanto. Certamente il Signore ci chiede umiltà, carità, verità, semplicità e gratuità. Siamo membra di una società che tende all'eclatanza, al protagonismo e subiamo facilmente un condizionamento che entra in forte contrasto con quanto si muove più in profondità, nell'area dove si colgono i pispigli di Dio, la brezza leggera che anche il profeta Elia ha riconosciuto come voce autentica del Signore.


Come monache abbiamo riflettuto molto sui percorsi di gratuità che preparano e formano ad una donazione generosa, materna, feconda: quando si cede al Signore il ruolo di protagonista della nostra vita, si mettono in discussione i criteri personali di realizzazione, di servizio, di apostolato... il modo "troppo umano" di amare Dio e il prossimo; si comincia a scalare la montagna.  


Nella vita claustrale abbiamo trovato quell'armonia affannosamente cercata altrove, per vie più naturali, senza mai sentirci spiritualmente appagate, al nostro posto. abbiamo capito che tutto quello che abbiamo vissuto e che ci ha portato ad una crescita nel mondo, può dare felicità, ma una felicità da riconquistare quotidianamente; quello che sperimentiamo negli atri della casa del Signore, ha sapore di eternità... Così, nulla è sprecato, ma è messo al servizio della Famiglia Religiosa, cellula della Famiglia Ecclesiale.


Oggi viviamo tra quattro mura, ma non stiamo uccidendo la vita che è in noi, per traumi subiti o insopportabili fallimenti. Trascorriamo gran parte del nostro tempo in silenzio e preghiera, lavorando sodo senza essere retribuite... Adesso viviamo nella verità di noi stesse e andiamo fino in fondo, prima, pur avendo tutto, non godevamo realmente di nulla e, soprattutto, non riusciva a svilupparsi la nostra capacità di donazione. Ci rivolgiamo a Dio con la consapevolezza della nostra fragilità, che accettiamo; cerchiamo di chiamar  per nome ciò che ci affligge, senza dialogare troppo con le cause esterne. Mistero... La vita per noi è più bella e profonda così e ne vediamo la fecondità, a partire da quegli affetti che sembrano traditi e che invece sono più vitali di prima. Siamo abituate ad andare controcorrente scegliendo la via dell'invisibile in un mondo dove ha valore solo il visibile: viviamo dell'essenziale e le scelte della temperanza e della sobrietà sostengono il nostro cammino che, al fine, è a misura d'uomo.


"Ha dato se stesso per me" è la frase che spesso risuona tra le mura delle nostre celle. Il minimo che possiamo fare, ricorda S. Teresa d'Avila a tutti gli uomini, è ridonarGli la vita. 

Le carmelitane, monache, eremite, suore di vita attiva, terziarie o consacrate laiche nel Carmelo, si ritrovano tutte in ginocchio sotto la croce, al fianco di Maria; tutte sono toccate dalla punta di quella spada che ha trafitto il cuore della Vergine e ricevono una speciale chiamata all'amore sofferto, e guardano a Maria come modello perfetto di questa generosità e disponibilità a vivere la loro maternità spirituale.  "...il cuore femminile è in una situazione privilegiata per ricevere amore e corrispondervi con tutto l'amore della madre per suo Figlio e della sposa per il suo Sposo". Le sante, che hanno portato a compimento il loro cammino e quelle donne chiamate alla santità che ancora sono pellegrine vigilanti per le vie del mondo, "condividono così il privilegio del cuore che ha più amato Gesù, il cuore femminile di Maria, allo stesso modo che esse rappresentano in modo privilegiato la Chiesa, simbolizzata al femminile come sposa di Gesù". Attraverso la "mistica dell'essenza", arrivano fino ai confini della terra. (Cfr L'amore di Gesù – Cristologia di S.Teresa di G.B.del Volto Santo-  F. Lethel)



Il cuore di una monaca segue questo iter: ferito e toccato dal Signore, elabora il suo vissuto e anche attraverso la sofferenza si apre all'ascolto e all'accoglienza di ogni dolore e di ogni gioia di tutti. Le monache carmelitane o meglio, le Sorelle Carmelitane, si affacciano dal costato aperto di Cristo dal quale osservano il mondo (S.M.Maddalena de'Pazzi), perché desiderano osservarlo e amarlo con lo stesso Cuore di Gesù. Il Suo e il nostro cuore è aperto, come le porte della Cappella; si prega a porte aperte perché se il Signore ci invita a chiudere la porta per crescere nella confidenza e nella conoscenza di Lui, arriva il momento di aprire e far risuonare la Parola che salva, perché possa prevalere sulle parole vane che continuamente si pronunciano e delle quali - la nostra Regola lo ricorda citando la Scrittura - dovremo render conto.


In monastero si prega circa 7 ore al giorno, un'alternanza di preghiera corale e personale: il ritmo della giornata è dato da Dio, qualunque altra attività Gli è "sottomessa". Offriamo ai laici che varcano la nostra cappella per curiosità o per desiderio di mettersi in relazione con il sacro, l'opportunità di sperimentare la bellezza e la profondità della liturgia celebrata insieme, che prolunga i benefici della celebrazione eucaristica nel corso della giornata.


Tante volte abbiamo visto le persone cambiate anche per un solo versetto di un salmo, custodito come tesoro prezioso a cui attingere in situazioni di sofferenza o di dubbio o ancora di conversione del cuore. Un monastero urbano è senz'altro predisposto all'accoglienza e mantiene, anche in questi tempi di confusione e "liquidità", una discreta attrattiva. Non siamo psicoterapeute o assistenti sociali, ma la nostra disponibilità all'ascolto resta una forma di aiuto concreto e di apostolato o evangelizzazione densa e silenziosa: e tutti coloro che abbiamo occasione di incontrare, pur separate da una grata, sono veri e propri figli adottivi che "entrano" nelle nostre celle e trascorrono con noi il tempo di purificazione nella preghiera, nell'adorazione eucaristica, "deposti" ai piedi del SS.mo Sacramento che continua a dare vita vera. Anche per noi vale il "date voi stessi da mangiare" che gli apostoli ricevono come essenziale ammonimento. Il nostro tempo, con tutto quello che in esso si sviluppa... le nostre esperienze, la nostra partecipazione.... tutto è dato perché sia consumato da chi ha bisogno. 


Anche chi desidera approfondire il carisma carmelitano e la devozione allo Scapolare, può partecipare a incontri organizzati nel parlatorio del monastero: appartenere a Dio integralmente, non essere di nessuno per poter avere disponibilità per tutti è la grazia che si percepisce come tale e donata per amore da Dio al momento dell'impegno ufficiale con la professione dei consigli evangelici e, consolidata nel periodo di formazione iniziale, può essere la goccia che trabocca dalla cisterna piena della Comunità. Si accoglie sempre come comunità, come gruppo di Sorelle che non si sono scelte per amicizia, ma sono state scelte da Dio, convocate in un medesimo luogo, in un tempo stabilito, per essere focolare che cresce e che è segno della bellezza di una vita di comunione. Il nostro cammino interiore e di Comunità, trova spesso occasione di confronto con chi fisicamente si mette in viaggio e sperimenta fatica, precarietà, silenzio, preghiera personale, solidarietà con i compagni di cammino... è il confronto con i pellegrini che percorrono la via Francigena a piedi verso Roma. Nello scambio di esperienze traiamo reciproco conforto nel comune pellegrinaggio di fede e nella preghiera che cantiamo insieme al Signore nel "grembo della B. Vergine Immacolata", così come è stata più volte definita la nostra Cappella.


Collaboriamo con Centri per la vita, pregando in difesa dei diritti dei bambini, delle donne, di chi lavora a loro servizio: accogliamo pellegrini-carcerati, che cercano di ricuperare dignità nella fede, nella solidarietà, nella povertà e nella fatica sperimentate lungo il cammino: accogliamo persone con drammi di separazioni coniugali, alcol, droga, schiavitù di ogni genere. Il parlatorio non è un confessionale, ma constatiamo che le persone condotte dal Signore fino a noi, o invitate nelle rare occasioni di uscita previste dalle nostre Costituzioni, si aprono in un ambiente di pace, perché è casa di preghiera da secoli, e confortate da un'accoglienza gioiosa che è "sorriso di Dio" portato al mondo come frutto dell'unione con Lui. Nessun sorriso umano può attrarre e "sciogliere" il disagio profondo dell'uomo che cerca Dio nella pesantezza di una miseria non ancora consegnata nelle Sue mani. Non possiamo assolvere, ma possiamo indicare la via del Signore nella Chiesa, nella vita sacramentale, nella preghiera condivisa. Anche se talvolta siamo seminatori maldestri, confidiamo nel Seminatore che fa crescere quanto è stato seminato: spesso non vediamo i frutti del nostro apostolato e della nostra preghiera, ma viviamo ugualmente l'attesa paziente per noi e per i nostri fratelli, del trionfo di Dio nel cuore dell'uomo, con l'unica grande gioia di sentirsi amati da Lui e in Lui ri-amare con tutte le nostre forze, con tutta la grazia ricevuta e messa a nostra disposizione.


Lo zelo apostolico della monaca testimonia le esigenze del Regno, con una scelta, anzi una risposta alla scelta del Signore, che sembra andare contro natura, ma segue in effetti la vera natura. "In intima unione con Maria, libro nel quale è scritta la Regola nostra perché in lei è scritto il Verbo" ...i monasteri si trasformano in cenacoli di preghiera per l'azione dello Spirito Santo nella Pentecoste permanente della Chiesa. (Cfr Cost.22)

"Signore, lo comprendo, quando un'anima si è lasciata catturare dall'odore inebriante dei vostri profumi, ella non potrebbe correre da sola, tutte le anime che ella ama sono trascinate al suo seguito; questo si fa senza contrasto, senza sforzo, è una conseguenza naturale della sua attrazione verso di voi. Come un torrente, gettantesi con impetuosità nell'oceano, trascina con sé tutto quello che incontra sul suo passaggio, allo stesso modo, o mio Gesù, l'anima che si immerge nell'oceano senza riva del vostro amore attira con lei tutti i tesori che ella possiede... Signore, voi lo sapete, io non ho altri tesori che le anime che vi è piaciuto unire alla mia" MS C. Sono le parole di S. Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo, patrona delle missioni pur non avendo mai lasciato il suo monastero...


Il rapporto con Dio inizia con l'ascolto e si sviluppa nella preghiera: il rapporto con il prossimo inizia dalla preghiera e si sviluppa nell'ascolto. La preghiera e l'accoglienza che possiamo vivere come monache è quella di Maria...Fa eco al "fate tutto nel nome del Signore", la frase che Maria pronuncia alle nozze di Cana: "fate quello che vi dirà" Gv 2,5.

E imparando da lei, che meditava nel cuore gli interventi di Dio nella storia, assicuriamo e chiediamo preghiere perché si consolidi questa meravigliosa fraternità che nasce nel dialogo interiore con il Signore coltivato con la tensione alla purezza di cuore vissuta dalla B.V.Maria, Madre e Decoro del Carmelo.


Se desideri approfondire questo tema sull'evangelizzazione tramite la contemplazione di Dio, porci domande o avere un confronto di idee e riflessioni, scrivici all'e-mail: carmelo.s.concezione@gmail.com

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